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Silvia
Momesso nasce a Motta di Livenza, vicino a Treviso. Allora (ma
ancora oggi a Motta) di patchwork non c'era nulla. Cresce in mezzo
alle stoffe della fabbrica di cravatte dove lavorano i suoi, ma
passeranno anni prima che le stoffe entrino a far parte della sua
vita.
Fin da piccola ama i lavori manuali: alle elementari impara a cucire
a mano, fa collage, a dieci anni fa coperte all'uncinetto, a dodici
lavora a maglia. Il filo conduttore è il fascino per i colori e la
naturale dimestichezza a trattarli in modo anche non convenzionale,
con grande intuito. Per la prima volta scopre qualcosa per cui non
deve sentirsi in competizione con nessuno.
Solo a 19 anni scopre il patchwork tradizionale americano nelle
trapunte della mamma di un'amica, fatte con materiali di riciclo e
resta affascinata da questo nuovo campo e dall'idea che dal nulla
possa uscire qualcosa di meraviglioso. Una sera si fa spiegare come
funziona e scopre l'english paper-piecing, che impara semplicemente
praticandolo. Comincia con forme semplicissime poi, rimpicciolendole
e assemblandole, scopre le infinite possibilità della geometria,
gioca a inventare nuove combinazioni.
Finalmente usa gli avanzi della fabbrica di stoffe: usa scarti di
camicie molto colorate e pezzi di jeans (suoi) per fare i primi
lavori: due cuscini. Nello stesso sacco che contiene la stoffa c'è
della seta e Silvia si innamora della sua scivolosa lucidità. Unico
neo, all'epoca i colori erano più scuri di quanto avrebbe
desiderato…
A 22 anni abbandona la geometria in cerca di possibilità creative
più ampie, totali e compone "Girasoli", primo quilt della nuova
direzione artistica.
A parte rarissime eccezioni (log-cabin, crazy patchwork), cuce tutto
a mano per due motivi: per un rapporto fisico più completo con i
materiali usati e per avere una maggiore precisione sia
nell'assemblaggio delle parti che nelle piccole curvature.
Poiché il patchwork rappresenta per lei un meraviglioso pennello per
esprimere se stessa, lo utilizza per comporre oggetti decorativi non
necessariamente utili. Questo la rende libera di utilizzare
qualsiasi tipo di materiale, non dovendosi preoccupare di eventuali
lavaggi, tipici degli oggetti di uso quotidiano.
Utilizza soprattutto scarti, in particolare seta, ma anche
tappezzeria, camiceria, bottoni, panno lenci, scampoli dal cotone al
sintetico (lurex, ecc.), plastica, cuoio, alcantara, metallo, corde
di chitarra, cinz, fibre naturali (juta, ecc.), corteccia di cocco,
fili di lana, corda, tulle, pizzo…
Dalla tradizione americana eredita l'uso di materiali di riciclo
(contrariamente a quella inglese che poteva permettersi di
selezionare stoffe pregiate) e l'uso del log-cabin e del
crazy-patchwork, senza però accettare limitazioni nelle misure,
quantità e tipi di colore.
A 23 anni segue uno stage con Sylviane Zurly in cui acquisisce la
tecnica stripes-patchwork, rigorosamente a mano. E' il suo primo
incontro con l'applicato. Resta affascinata dalle possibilità che
offre a immaginazione e fantasia, pur consapevole di una certa minor
"precisione". Per un paio di anni usa solo questa tecnica (periodo
del mare).
A 24 anni scopre
l'inglese National Patchwork Association (ora solo Patchwork
Association) e comincia così a partecipare ai concorsi europei e
a confrontare le proprie esperienze.
Tre anni dopo
incontra per puro caso la tecnica folded star, e la sua
accattivante tridimensionalità. Con questa produce due o tre
pannelli, poi l'abbandona per altre più personali evoluzioni.
Oggi utilizza l'english paper-piecing e lo stripes-patchwork a mano,
il log-cabin e il crazy-patchwork a macchina.
Ha prodotto e
tuttora produce anche gilet, cravatte patchwork e dipinte a
mano, borse e giochi (soprattutto per il mercato statunitense).
Molto apprezzati sono i suoi corsi sull'english paper-piecing per i
quali ha numerose richieste.
Progetti patchwork per il futuro tantissimi, di nuovo e di diverso
il desiderio di un libro monografico. |